…la pioggia dava finalmente una tregua.

Dopo due giorni di rovesci ininterrotti ora era il silenzio e solo una fresca brezza gonfiava a tratti il nylon della tenda.
Lammer scostò un lembo del telo e guardò le cime lucide delle montagne circostanti, seminascoste da nuvole sfilacciate, lasciando poi scivolare lo sguardo verso valle, seguendo le rocce e i mughi, fino ai boschi.
In fondo alla valle stava il lago, una macchia scura, metallica, circondata dal nero denso di pini e abeti carichi d’acqua.
«Senti Lammer, sono quasi le otto, che facciamo ci prepariamo?» disse Kasparek arrotolandosi l’ennesima sigaretta.
Lammer mollò il telo e rientrò, il panorama aveva il suo fascino, ma n’aveva abbastanza, già alcune gocce gelate gli erano scese lungo il collo.
«Kasparek facciamo così, io ho promesso il minestrone a quelli che escono…»
Kasparek lo guardò stralunato «Il minestrone?! Abbiamo la possibilità di aprire un nuovo ingresso e tu ti preoccupi del minestrone?!»
«Si, il minestrone! Abbiamo promesso agli altri che avrebbero trovato qualcosa di caldo e quindi io non mi muovo se prima non preparo il minestrone!» rispose deciso Lammer dirigendosi verso l’angolo della tenda attrezzato a cucina.
Kasparek capì che era inutile discutere, si accese la sigaretta e uscì in cerca di Peters; era il terzo della squadra e da mezz’ora non si vedeva.
«Peters cosa stai facendo?» chiese a voce alta, quando vide le sue gambe fuoriuscire dalla tenda.
«Ti è rimasto qualcosa d’asciutto?»
«Nulla, assolutamente nulla.»
«Senti Peters, la pioggia ci da una tregua, è il momento giusto per entrare, ma c’è un problema, Lammer non si muove se prima non cucina il minestrone.»
«Cos’è questa novità?»
«Lo sai com’è fatto, è sempre lì che si preoccupa e ora ha la fissa del minestrone. Vai a dargli una mano così poi partiamo. Io intanto preparo il materiale.»
Quando Peters entrò nella tenda Lammer era già impegnato nel taglio della verdura.
Due grosse cipolle, dopo essere state finemente tritate, stavano sfrigolando in un velo d’olio bollente, e un bel trancio di pancetta tagliato a dadini le stava raggiungendo.
Tre coste d’aglio, aggiunte precedentemente, navigavano dorate come le tre caravelle.
«Serve aiuto?»
«Mm, non so, penso di farcela da solo. Ora aggiungo il resto delle verdure…»
«Posso aiutarti a tagliarle, se vuoi, così facciamo prima; poi mettiamo la fiamma al minimo e partiamo» disse Peters.
«Potrebbe essere un’idea, così quando incrociamo gli altri gli diciamo di spegnere il gas appena arrivano. Intanto che si cambiano il minestrone si riposa un attimino, poi lo versano nei piatti, ci grattano sopra il grana e via!»
Gli occhi di Lammer si illuminarono.
«E se lo facciamo senza pasta evitiamo il problema di controllare al minuto il tempo di cottura!» esclamò Peters.
In pochi minuti affettarono patate, zucchine, porri, sedano, carote ed alcune foglie di verza.
Vennero aperti e scolati due barattoli di fagioli e piselli; poi tutto finì in padella ricoperto da acqua, da un po’ di passata di pomodoro per dare colore e da alcuni cucchiai di dado in polvere senza glutammato.
La fiamma venne abbassata al minimo e fu messo il coperchio, un lento borbottio segnalava che la cottura procedeva regolarmente.
Quando il profumo del minestrone cominciò a farsi sentire anche all’esterno della tenda cucina la squadra di Lammer era pronta; le lampade a carburo accese, i sacchi ben chiusi e tutta la ferraglia in ordine sugli imbraghi.
Le cerniere di tute e sottotute erano aperte quanto più possibile.
Nonostante l’aria fresca della sera, l’umidità era pesante e gli speleologi sapevano che, dovendo partire dal campo già vestiti per la grotta, sarebbero giunti all’ingresso praticamente fradici.
«Lammer hai preso qualcosa da mangiare, visto che sei il responsabile dalla cucina?»
«Tranquilli, che c’è tutto!» rispose guardando i due compagni, «preoccupatevi invece di non dimenticare nulla del materiale che ci servirà in grotta.»
Spensero le luci del campo e si incamminarono, illuminati dalla luna occhieggiante tra le nubi.

Seguivano silenziosi la traccia, scivolando sull’erba bagnata ed aggrappandosi ai mughi, rovesciandosi addosso ogni volta una doccia gelata e rinfrescante allo stesso tempo.
Intanto, alle loro spalle, nella quiete scura del campo tutto taceva; il generatore era stato spento e i teli delle tende personali, asciugati dalla brezza, si gonfiavano ritmicamente.
Solamente dentro la tenda cucina sarebbe stato possibile udire il borbottio soffocato del minestrone.
La padella, una lucida casseruola d’acciaio da sette litri con manici atermici, era apparentemente adatta allo scopo ma nascondeva un problema; non aveva il doppio fondo e fu nella sua profondità, dove tutte le verdure nuotano, che avvenne il dramma.
Una zucchina, la più grande, che anche se affettata manteneva, al pari di tutte le altre verdure, la propria intrinseca dignità, trovandosi ad un certo punto in prossimità del fondo, non fu lesta nel movimento natatorio e si scottò il culo; o per meglio dire, la fetta corrispondente al suo culo rimase appiccicata al fondo.
Il dolore fu atroce, e un urlo belluino uscì dalla gola della zucchina ferita.
Lo spavento e la rabbia generati negli animi delle altre verdure fecero ribollire improvvisamente il minestrone.
La zucchina ferita, che mai sino a quel momento aveva manifestato propositi rivoluzionari, si erse a capopopolo, radunò le masse sbandate, ricompattò gli animi e incitò alla lotta.
Conseguenza diretta di questo fu la ricomposizione fisica delle verdure che si trovarono nuovamente integre, allo stadio precedente dell’affettatura.
Il minestrone iniziò a ribollire con sempre più forza, con rabbia, con desiderio di vendetta nei confronti di colui che aveva fatto scottare la Grande Zucchina.
La temperatura e la pressione all’interno della casseruola divennero insopportabili, il coperchio schizzò verso l’alto, strappò il telo e si perse nel cielo.
Contemporaneamente il minestrone iniziò a fuoriuscire, finì sulla cucina, spense la fiamma ed iniziò a colare sul terreno.
Al contatto col suolo freddo assunse più consistenza ma non diminuì di volume; anzi al contrario, alimentato ormai da una propria energia non accennava a smettere di uscire, autogenerandosi continuamente.
La massa gelatinosa e al tempo stesso irregolare, bitorzoluta dalle tante verdure che la componevano, emanante un delizioso profumo grazie anche alla pancetta, si avvicinò all’uscita della tenda, alzò il telo e guardò a valle.
Il lago era una macchia d’argento illuminata dalla luna e qualcuno avrebbe pagato per l’affronto subito.

In quello stesso momento Lammer, Kasparek e Peters, inconsapevoli di quanto stava accadendo al campo, entravano in grotta.
Il primo tratto di meandro scorse via veloce, le mani in cerca sicura degli appigli, gli scarponi a mordere la roccia, i sacchi penzolanti nel vuoto.
Giunti alla sommità del grande pozzo, i tre speleologi videro sul fondo le luci dell’altra squadra e scesero; l’ultimo fu Peters, quando la corda iniziò a scorrere nel suo discensore una pattuglia di sedani esploratori era ormai sopra di lui ma egli non la vide.
Alla base del pozzo il the stava bollendo nel pentolino e l’atmosfera era allegra; Lammer spiegava cosa aveva cucinato.

Sopra intanto il minestrone aveva raggiunto l’avanguardia e la Grande Zucchina, assieme al suo stato maggiore li stava osservando.
Quando la prima squadra iniziò a risalire tutto il minestrone si rintanò in una nicchia sospesa sull’abisso.
I tre della prima squadra gli sfilarono davanti, sentirono il profumo ma non ci fecero caso; si trattava senza dubbio di uno scherzo della fame.
Il gruppo di Lammer riprese la discesa, la prima squadra imboccò il meandro d’uscita e il minestrone cominciò a calarsi lentamente lungo la corda.
L’avanguardia dei sedani procedeva regolarmente ma erano i piselli a creare problemi.
Sfavoriti dalla loro forma rotolante e resi più scivolosi dal grasso rilasciato dalla pancetta, avanzavano troppo finendo col trovarsi a ridosso delle prime linee; fu questo che determinò in seguito l’esito fatale della battaglia.
Quando Lammer e i suoi si incamminarono nel meandro finale Kasparek si girò e per un attimo gli sembrò di vedere un qualcosa di lucido nell’oscurità del pozzo soprastante, oltre il suo cono di luce, ma non ne fu sicuro e proseguì; il minestrone, sospeso sulla corda,attendeva che procedessero oltre per scendere ed inquadrare le truppe in vista della lotta.

Giunto alla base del pozzo i sedani esploratori andarono a formare l’ala destra dello schieramento, l’ala sinistra era costituita dai porri; questi due reparti, grazie alle loro caratteristiche e alla loro velocità di spostamento rappresentavano la cavalleria.
Al centro dello schieramento vi erano le carote, i piselli, i fagioli e le patate, ovvero la fanteria pesante, il nerbo dell’esercito.
Leggermente più arretrato vi era l’intero stato maggiore costituito dalle zucchine e dalle foglie di verza.
Comandante dello stato maggiore e circondata dalla Guardia Imperiale, le temute Coste D’Aglio, era la Grande Zucchina.
L’avanguardia era ovviamente costituita dalla fanteria leggera composta da reparti di dadi di pancetta, vera carne da macello; avrebbero sopportato lo sforzo del primo assalto, sospinti in avanti dalla fanteria pesante.
Venne dato ordine di avanzare, i porri e i sedani si esibirono nel passo dell’oca, le patate rotolarono inarrestabili, mentre i fagioli calibrarono, tra vapori mefitici, la loro potenza esplosiva.
I dadi di pancetta, non riconoscendosi in questa lotta, tentarono un’insurrezione che fu subito repressa.

Lammer e i suoi arrivarono intanto al fondo del meandro, davanti alla grande frana.
La guardarono cercando il punto migliore per iniziare lo scavo con tanta attenzione da non accorgersi di quanto avveniva alle loro spalle, dell’avanzare lento e costante del minestrone.
Un pisello scivolò però sull’unto perso dalla pancetta, urtò i vicini che in una reazione a catena crearono uno sbandamento nei reparti di avanguardia e l’esercito si dovette fermare per ricompattarsi.
Fu allora che i tre speleo sentirono il profumo e lo sciacquio pesante del minestrone.
Erano ormai in grotta da ore e avevano fame, si girarono e videro il paradiso.
La fame li catturò, si disposero a semicerchio con le braccia abbassate, larghe all’altezza della cintura.
Il minestrone li guardava incerto e la Grande Zucchina aveva perso la sua baldanza.
I tre speleologi rovistarono nei sacchetti personali alla ricerca spasmodica di cucchiai e di pane nero; saltò fuori anche asiago mezzano e una bottiglia di teroldego.
Il minestrone ondeggiava, i porri e i sedani non riuscivano a tener ferma la truppa, la pancetta guardava con orrore il pane nero conscia del proprio destino.

Kasparek aveva un misero cucchiaino da the, lo strinse forte e guardò avanti; Peters, vegetariano, sibilò gelido: «Le patate sono mie!»
Fu questione di un attimo, un silenzio assoluto e poi, improvvisamente, la Grande Zucchina diede l’ordine di attacco e tutti avanzarono.
La prima a cadere fu la pancetta falciata da precisi fendenti di cucchiaio, poi tutte le linee indietreggiarono cercando inutilmente la fuga.
La battaglia fu breve ma intensissima, non vennero fatti prigionieri, chi fuggiva veniva ripreso dal pane nero, l’ultima a cadere fu la Grande Zucchina assieme alla Guardia Imperiale; due Coste D’aglio vennero fatte fuori senza pietà, la terza spiaccicata al suolo, a Kasparek l’aglio non piaceva.

Quando tutto finì erano visibili segni della lotta: un cucchiaio rotto, briciole di pane ovunque, croste di asiago smozzicate, la bottiglia desolatamente vuota.

In un angolo tre speleologi con le tute sporche di minestrone ronfavano beati.